Asfissia da parto: conseguenze di malasanità e risarcimento danni

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L’asfissia da parto è una delle complicanze più gravi che possono verificarsi durante la nascita di un bimbo. La sua incidenza è circa di 1-2 nascite su 2000 o 3000 nei paesi sviluppati, tasso che cresce in quelli in via di sviluppo. Tra i bambini colpiti, il 15-20% sfortunatamente non supera il periodo neonatale e fino al 25% dei sopravvissuti rimane con dei deficit neurologici spesso permanenti. 

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In queste righe verremo incontro a tutte quelle persone che, purtroppo, cercano informazioni esaustive riguardanti casi di asfissia da parto, malasanità e risarcimento danni, qualora nella loro famiglia ci sia stato un familiare che abbia subito dei danni da questo tragico evento, a causa di negligenza medica. Infatti sono proprio gli errori medici-ospedalieri la causa primaria che porta all’asfissia da parto, e tutelarsi in queste circostanze è di vitale importanza per i piccoli danneggiati e per le loro famiglie. Andremo innanzitutto a capire precisamente cos’è e come si verifica l’asfissia neonatale, indicheremo le conseguenze a breve e lungo termine e le cause cliniche, ponendo l’accento sui casi di malasanità, per capire come i medici avrebbero potuto e dovuto agire sul problema per provare a migliorare la situazione dei neonati dopo un fenomeno di asfissia.

Asfissia da parto: cos’è e come riconoscerla

Cos’è l’asfissia da parto? Come si riconosce? Si tratta di un’insufficienza respiratoria del neonato, dovuta alla mancanza di un’adeguata quantità di ossigeno disponibile per il feto, prima, durante, o subito dopo la nascita. È dunque un deficit che riguarda la cosiddetta prima respirazione, cioè quella che avviene nei primi minuti dopo la nascita: normalmente i bimbi, in questo lasso di tempo, ricevono il classico colpetto dal medico che fa sì che inizino a respirare, urlare, piangere e a muovere le loro piccole gambe e braccia. Nel caso in cui alcuni neonati non dovessero mostrare questi comportamenti ciò potrebbe essere un probabile sintomo di asfissia neonatale, che l’equipe medico-ospedaliera dovrebbe immediatamente cercare di arginare.

 In ogni caso, ci sono molti segnali e campanelli d’allarme che possono aiutare te e soprattutto i medici a riconoscere quando un bimbo sta soffrendo di asfissia. Prima di tutto, sono quasi tutti riscontrabili solo dopo il parto; tuttavia è possibile per i medici capire se il feto, ancora dentro all’utero, è in difficoltà: il controllo del battito cardiaco deve essere assolutamente effettuato durante il travaglio, poiché in caso di asfissia prenatale sarà fortemente irregolare.

Dopo che il bambino è venuto al mondo, i segnali dei quali i medici devono tenere d’occhio partono dalla cianosi, ossia la pelle di un colorito insolito o molto, molto pallida, fino all’ipotonia, cioè un tono muscolare minore, a delle palesi difficoltà respiratorie/cardiache, una scarsa risposta agli stimoli esterni, come la classica sculacciata post parto per suscitare il pianto di cui parlavamo prima, e persino, nei casi più gravi, presenza di feci nel liquido amniotico o danni ad alcuni organi, riscontrabili tramite delle analisi del sangue. Di prassi, generalmente, questi esami vengono effettuati sempre dall’equipe medica, e tutto ciò assume ancor più validità ed importanza se si parla di un bimbo che ha riscontrato problemi respiratori alla nascita.

Se i medici dovessero ricondurre uno di questi sintomi all’asfissia prenatale, lo comunicano alla madre e ai familiari del piccolo attraverso un mezzo di diagnosi chiamato indice di Apgar, che prevede di assegnare un punteggio da 1 a 10 alla salute generale del bimbo, valutata in relazione alle condizioni della sua respirazione, polso, aspetto, risposta agli stimoli e tono muscolare: come puoi notare, molti di questi sono sintomi dell’asfissia, quindi quest’ultima causerebbe un punteggio basso in tale indice. In ogni caso, in generale, una valutazione da 7 a 10 è indice di un bimbo sano, una da 4 a 6 rappresenta dei segni vitali leggermente bassi, mentre qualora questi siano davvero bassi, mettendo dunque a rischio la vita del piccolo, gli sarà assegnato un punteggio da 0 a 3.

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Cause più comuni dell’asfissia e come fare prevenzione

Ci sono varie cause che possono purtroppo portare un neonato a soffrire di asfissia da parto, e sfortunatamente alcune sono abbastanza difficili da prevedere o da rilevare, ma proprio per questo è fondamentale conoscerle e sapere cosa tenere d’occhio quando si è nelle fasi finali di una gravidanza, in modo tale da poter anche comprendere cos’è andato davvero storto e quali elementi di negligenza dovresti riscontrare nell’operato dei tuoi medici.

Innanzitutto, l’asfissia perinatale può verificarsi a causa di compromissione emodinamica materna, ossia un embolo del liquido amniotico della madre, o per anemia del neonato, che dunque si ritrova ad avere una percentuale di ossigeno trasferita dal suo sangue non sufficiente, o ancora per una rottura uterina o per problemi relativi al cordone ombelicale, come un suo nodo o compressione che ostruisce la respirazione del piccolo: questa è senza dubbio la causa più conosciuta e comune, motivo per il quale è anche quella tenuta più sotto controllo nelle gravidanze, in particolare in relazione alla posizione del cordone ombelicale nei momenti prossimi al parto. 

Una non adeguata gestione dei problemi col cordone ombelicale può portare a peggiorare la situazione e stringere ancor di più il cordone intorno al piccolo, o a causare un trauma nel tentativo di riportarlo ad una condizione sicura. Il rischio che azioni negligenti possano generare altri danni, come delle fratture leptomeningee o affini, è abbastanza alto.

L’asfissia potrebbe però anche essere causata da infezioni occorse durante la fase finale della gravidanza, o immediatamente dopo la nascita se il piccolo ha una situazione clinica compromessa per altri motivi per i quali dev’essere sottoposto a rianimazione. Anche un parto particolarmente prematuro, o molto lungo, travagliato e complesso potrebbe, nelle sue varie difficoltà, essere causa di asfissia nel piccolo come conseguenza di altre complicazioni, così come le gravidanze arrivate successivamente ad aborti o ad altre precedenti non andate a buon fine: essere bene informati della tua storia clinica sia recente che passata è un prerequisito fondamentale per i tuoi medici.

La maggior parte dei casi di asfissia perinatale si verifica proprio durante il parto; tuttavia, c’è un buon 20% che avviene antepartum, ossia subito prima della nascita effettiva, ed una percentuale molto minore di casi riguarda il primo periodo post-natale. L’asfissia precedente al parto può avere varie cause scatenanti, tra i quali eventi relativi allo stato di salute della madre: problematiche quali anemia, diabete, abuso di sostanze stupefacenti e/o alcol sono rischiosissime, così come emorragie, embolie del liquido amniotico, collassi emodinamici che possono mettere in difficoltà il feto, saturato di liquidi che ne ostruiscono pericolosamente la respirazione, problemi alla placenta, all’utero e/o al cordone ombelicale e anche infezione intrapartum. Quest’ultime si manifestano tendenzialmente con febbre materna durante il travaglio, ed è perciò fondamentale che i medici, qualora tu la avverta, non prendano sotto gamba quella che, in un momento del genere, non andrebbe assolutamente considerata come “una semplice febbre”.

Bisogna tra l’altro anche stare attenti ai fenomeni di asfissia, più rari ma comunque da tenere in considerazione, causati dai medicinali dell’anestesia somministrati alla madre durante il parto, visto che in alcuni casi, potrebbero riuscire a superare la barriera della placenta ed avere effetto anche sul piccolo, con conseguenze pericolosissime. Ovviamente questo potrebbe accadere soprattutto in casi di dosaggi eccessivi o di errata somministrazione, la cui colpa ricade sull’anestesista, uno dei ruoli di maggior responsabilità all’interno di una equipe medica.

Conseguenze dell’asfissia neonatale nei pazienti affetti: la vittima principale è il cervello

Come abbiamo visto, l’asfissia neonatale è una problematica rara ma non troppo, che può avere moltissime diverse cause ma che, soprattutto, è molto, molto rischiosa: le conseguenze che può avere sono tante e spesso anche gravi, sia a breve che a lungo termine, ed è fondamentale conoscerle da prima, sia per sapere precisamente a cosa va incontro un neonato che ne è stato affetto, sia per avere ben chiari i danni effettivi generati sul futuro del tuo piccolo dall’imperizia e dalla negligenza dell’equipe medica, un’informazione cruciale da consegnare ad un avvocato per far sì che possa far valere i tuoi diritti e farti ottenere un risarcimento che riesca almeno ad aiutarti nel gestire tutte le difficoltà cui dovrete tener testa.

La prima cosa da sapere è che dal 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha iniziato a classificare l’asfissia da parto secondo tre livelli di gravità, che dipendono dalla parte del cervello interessata, dalla durata di esposizione, l’entità e così via:

  • L’asfissia severa da parto, ossia quella caratterizzata da meno di 100 battiti al minuto alla nascita che continuano a diminuire, portando anche ad un palese colorito molto pallido. In questo caso, il punteggio del succitato indice di Apgar è di 0-3, quindi grave rischio di non farcela. Il motivo principale, è che i danni interessano i gangli cerebrali, il talamo e l’ippocampo, ossia le strutture cerebrali più profonde.
  • L’asfissia da parto lieve o moderata, ossia quella che porta ad instaurare una respirazione corretta solo dopo un minuto, durante il quale, tuttavia, i battiti al minuto sono bassi ma pur sempre maggiori di 100, e la colorazione della pelle del bimbo è solo leggermente bluastra. In questo caso, l’indice di Apgar corrispondente è nella fascia 4-7, quindi non a rischio di morte. I bimbi affetti da questa tipologia di asfissia hanno danni alla sostanza grigia del cervello.
  • Asfissia da parto parziale ma prolungata, ossia quella lieve ma che dura molto nel tempo, anche più di 30 minuti, ma che influenza solo zone periferiche del cervello, ed ha dunque conseguenze decisamente minori. Quest’ultima può anche iniziare dopo una asfissia lieve o moderata, ed in quel caso c’è un misto vario di conseguenze, tra più e meno gravi.

Per quanto riguarda le conseguenze a breve termine per il piccolo, quella più diretta e rilevante è la cosiddetta ipossia, ossia un livello di ossigeno nel sangue, e dunque nei tessuti, non sufficiente. Questo causa varie complicazioni: innanzitutto, com’è ovvio, delle difficoltà respiratorie, a causa delle quali il piccolo avrà difficoltà polmonari e un numero di battiti al minuto decisamente più basso. Anche il tono muscolare sarà decisamente minore, e in generale il piccolo sarà un po’ più debole fisicamente.

Una delle più gravi, che dipende anche dall’entità dell’ipossia, è la mancanza di una quantità sufficiente di ossigeno per compiere le funzioni vitali, causa di un metabolismo anaerobico che porta ad aumentare i livelli di acido lattico e anidride carbonica nel sangue, che risulterà dunque essere più acido. Il cuore potrebbe essere provato, causando bassa pressione arteriosa e rendendo il piccolo soggetto ad ischemia per un minore afflusso di sangue, già di per sé meno ossigenato e dunque privo di ulteriori sostanze fondamentali, al cervello. 

Tra l’altro, in caso di asfissia, l’ischemia potrebbe anche sopraggiungere senza ipossia, ma in tal caso, c’è il rischio che causi proprio quest’ultima, in un pericoloso loop che potrebbe danneggiare le funzioni cerebrali del neonato, incluse quelle di scarto delle sostanze di rifiuto, cruciali nelle prime fasi di vita di essere umano per un corretto sviluppo cefalico e la cui assenza rischia, di conseguenza, di generare ulteriori danni. In breve, la conseguenza più comune e grave dell’ipossia, è una diagnosi di encefalopatia ipossico-ischemica.

Ma questi danni al cervello cosa comportano? Innanzitutto, non è detto che ci siano conseguenze perenni, in quanto in alcuni casi, soprattutto quando l’ipossia ha una breve durata e viene recuperata rapidamente, si riesce a contenere in fretta l’encefalopatia e a far sì che le sue conseguenze si riducano nel tempo. 

Quelli che hanno conseguenze immediate a causa di un’asfissia più severa e duratura possono soffrire di danni di varia natura. Tra questi ci sono paralisi cerebrale infantile, ritardi nello sviluppo, nel linguaggio e a livello motorio, disturbi comportamentali, epilessia, spasmi, danni alla pelle, e in generale conseguenze nocive per vista, udito e a livello psicologico. 

Trattamenti e possibili soluzioni per l’asfissia da parto: come affrontarne ed attenuarne le conseguenze

Ci sono dei casi in cui, per quanto l’asfissia abbia delle cause ben precise, il suo incorrere non dipende da casi di negligenza o incuria dell’equipe medica, ma semplicemente da una tragica fatalità. Tuttavia, ciò non significa che i dottori siano per forza esenti da colpe al 100%, in quanto, per arginare l’asfissia, ci sono delle pratiche che possono essere messe in atto (tra l’altro, in intervalli di tempo spesso molto limitati) e che, dunque, il personale deve essere pronto a mettere in pratica, ovviamente nel modo corretto per evitare ulteriori rischi collaterali. Qualora non venissero effettuati, infatti, la situazione sarebbe gravissima: si tratta di manovre che possono davvero cambiare tantissimo le conseguenze dell’asfissia e ridurle molto, condizionando tutta la vita futura del piccolo, e non fare un tentativo sarebbe una negligenza tremenda.

Innanzitutto, il primo trattamento da conoscere e tenere a mente è quello più comune ed efficace di tutti: si tratta dell’ipotermia, detta anche baby cooling. Per far sì che abbia realmente degli effetti benefici, questa deve essere applicata al bimbo dallo staff medico dell’ospedale dove hai partorito entro sei ore dal sopraggiungere dell’asfissia, ossia della sua nascita, soprattutto in caso si sia verificata anche una situazione di encefalopatia ipossico-ischemica. 

Il trattamento consiste nel raffreddare l’intero corpo del piccolo alla temperatura di 33,5°C per le successive 72 ore, ma ovviamente tutto ciò deve avvenire in modo controllato, sicuro e col piccolo costantemente sorvegliato dai dottori, responsabili di tenere sempre sotto controllo le sue funzioni vitali e la sua salute. In ogni caso, questo stato di raffreddamento del neonato ha effetto soprattutto sul suo cervello, rallentando molto o anche bloccando i processi dannosi suscitati dall’encefalopatia e dall’ipossia, scongiurando soprattutto il rischio di ischemia e di paresi cerebrale. 

La procedura e i macchinari fondamentali per effettuare il trattamento partono dall’utilizzo di una sorta di materassino ad acqua, dal quale parte un sistema raffreddante basato su una specie di piccolo casco da mettere in testa al neonato. Nel corso del procedimento e delle 72 ore, i dottori che effettuano la procedura devono tenere costantemente sotto controllo la pressione arteriosa, la glicemia e le condizioni del cuore del piccolo, e per farlo fanno ricorso solitamente ad un ecocardiogramma, a farmaci cardiovascolari e così via. 

Vengono anche effettuati dei periodici e molto frequenti encefalogrammi, per capire le condizioni del cervello del neonato, quanto e se la procedura sta effettivamente funzionando o meno, e se sì, in che entità il danno cerebrale sta diminuendo. Dopo le 72 ore, il trattamento dev’essere portato a termine per evitare di causare eventuali danni al piccolo, come convulsioni ed attacchi epilettici, e pertanto la sua temperatura viene riportata a valori normali in modo lento e graduale, circa mezzo grado all’ora. Ricordati, infatti, che si tratta di una pratica comunque pericolosa, con un tempo limite massimo ben preciso, e che dunque può potenzialmente generare ulteriori danni che aggravano ancor di più la situazione clinica già compromessa dall’asfissia di tuo figlio.

Proprio per questo motivo, devi anche essere informata sui possibili rischi che il trattamento può riportare, nonostante questi ultimi siano abbastanza rari: il primo e più comune è una riduzione del numero di piastrine nel sangue, una sua cattiva coagulazione o anche la brachicardia, ossia un rallentamento della frequenza cardiaca. Qualora il limite delle 72 ore sia sforato troppo, la stessa sopravvivenza del piccolo sarebbe messa a dura prova.

A prescindere dai comportamenti dei medici, in ogni caso, si tratta sì di un metodo molto efficace e quotato, ma che comunque non è infallibile: è giusto che tu conosca tanto le speranze quanto i limiti di questo trattamento, che nelle situazioni più gravi e disperate non può far altro che alleviare un po’ le conseguenze dell’asfissia (il tasso di mortalità e di disabilità gravi si abbassa dal 62% al 48% all’incirca, e la percentuale di sopravvivenza sale di conseguenza), ma non è in grado di cancellarle completamente.

Altre forme di trattamento che aiutano il piccolo a combattere tutta la serie di possibili effetti negativi generati dall’asfissia e dall’ipossia sono quelli che agiscono in prima persona sul problema respiratorio, sull’ipertensione polmonare, sulla coagulopatia e sulle patologie miocardiche. I neonati con difficoltà respiratorie potrebbero infatti aver bisogno, oltre che dell’ipotermia, anche di essere intubati, in modo da assumere ossigeno e ossido nitrico per via inalatoria. La coagulopatia viene trattata con l’uso di farmaci emoderivati per mantenere alta la capacità del sangue di trasportare ossigeno e la sua coagulazione, ma essendo questi piuttosto rischiosi, il loro utilizzo deve essere costantemente tenuto sotto controllo (anche in questo caso, dosaggi e metodi di somministrazione errati possono essere pericolosissimi, e in caso di errore medico da questi punti di vista, la situazione sarebbe gravissima). 

Infine, sono di grande aiuto anche i vasopressori, che facilitando il lavoro del cuore e scongiurano soprattutto il rischio miocardite, e il liquido cristallinoide (ma anche questo va centellinato attentamente), che invece lenisce la disfunzione renale e le sue due principali conseguenze, ossia oliguria e anuria. Ricordati dunque che anche queste pratiche più usuali sono fondamentali, e non è bene darle per scontate, poiché in alcuni casi potrebbero effettivamente non essere effettuate, magari per disservizi della struttura ospedaliera o tentennamenti eccessivi dei medici in fase decisionale.

Asfissia da parto generata a partire da casi di malasanità: come comportarsi di conseguenza.

Le cause che possono generare nel piccolo un’asfissia da parto sono tante, ma è molto frequente che avvengano in seguito a casi di malasanità e negligenza del personale medico sanitario, troppo spesso impreparati ad affrontare situazioni del genere in modo corretto e tempestivo, agendo in maniera sconclusionata, non applicando il trattamento dell’ipotermia o facendolo dopo molto più di sei ore dal sopraggiungere dell’asfissia, rendendone di conseguenza l’utilità pressocché nulla.

 

I principali errori cui potresti dover assistere, qualora ti capitassero casi di malasanità del genere, sono i seguenti:

  • Cattiva gestione del cordone ombelicale: quando quest’ultimo è attorcigliato intorno al collo (il cosiddetto cordone nucale) ma, pur avendo riscontrato la problematica in tempo, il medico non effettuate le corrette procedure o lo esegue tardivamente.
  • Errori tecnici durante il parto: ritardare o evitare l’effettuazione di un cesareo nel caso in cui un parto naturale non sia una strada praticabile sarebbe un errore gravissimo e che avrebbe, come primo rischio, proprio quello di un’asfissia neonatale. Ma in generale, anche usare incautamente il forcipe o effettuare in modo errato le manovre di fuoriuscita esterna del feto sono sicuramente dei fattori da considerare.
  • Controllo delle funzioni vitali negligente: come detto, durante un parto, per scongiurare appunto fenomeni come l’asfissia, è importante che si tengano sempre sotto controllo i suoi segni vitali, soprattutto il battito cardiaco, in modo da accorgersi subito di importanti campanelli d’allarme quali bradicardia e tachicardia. Ciò non significa però che il medico se ne accorga per forza, o, qualora lo faccia, che li consideri come possibili sintomi di un’ipotetica asfissia.
  • Gravidanza eccessivamente lunga: questo è un errore che non riguarda tanto l’equipe medica che ti accompagnerà durante il parto, quanto il ginecologo che ti seguirà durante il corso della gravidanza e sul quale dovrebbe ricadere la responsabilità di decidere, qualora dovessi ritrovarti a non avere ancora una rottura delle acque alla quarantunesima settimana, che per te è giunto il momento di procedere comunque col parto. Se non dovesse farlo, potrebbe seriamente esporre il feto al rischio di asfissia, in quanto dopo questo periodo lo spazio a sua disposizione si riduce tremendamente e la placenta e il liquido amniotico potrebbero causargli problemi respiratori.
  • Distacco della placenta: qualsiasi sia il medico con cui ti ritrovi ad aver a che fare in quel momento, probabilmente il ginecologo, è di vitale importanza che, qualora ci sia un distacco della placenta dalle pareti dell’utero, esegua immediatamente un parto cesareo, altrimenti la placenta potrebbe appunto collassare sul bimbo rischiando di causargli un’asfissia prenatale anche molto severa e dannosa.
  • Preeclampsia: anche quest’ultima potrebbe essere al centro di un episodio di malasanità riguardante il tuo ginecologo, in quanto è sua responsabilità, durante i vari mesi di gestazione della tua gravidanza, effettuare periodiche misurazioni della tua pressione arteriosa (rilevare un dato particolarmente alto potrebbe essere un campanello d’allarme di un caso di asfissia), e molto spesso capita che tale pratica non sia effettuata neanche una volta nel corso di una gravidanza.

Tutte queste situazioni costituiscono casi di possibile malasanità ai quali potreste andare soggetti tu e il tuo piccolo, e vista l’entità dei danni che potrebbero inficiare il futuro e la sopravvivenza stessa di tuo figlio, è assolutamente tuo diritto fare causa a chiunque sia il responsabile per ottenere un risarcimento, ovviamente affidandoti ad un team di avvocati esperti e specializzati in casi di malasanità e negligenza medica. E se stai pensando che il risarcimento sia ottenibile solo per i danni alla salute del piccolo, ti sbagli: quando c’è in gioco la vita umana, soprattutto quella appena sbocciata, la legge tutela moltissimo le vittime. Potrai infatti chiedere il risarcimento per le seguenti motivazione:

  • Salute del bimbo: ovviamente è il primo motivo che puoi rappresentare in sede legale per ottenere un risarcimento. Si tratta di danni psicofisici seri, duraturi nel tempo, che possono trasformare la vita di un piccolo in un vero e proprio incubo.
  • Salute dei genitori: anche la vostra salute è oggetto di risarcimento. Vedere il proprio piccolo appena nato patire una sorte tanto sfortunata sarà molto probabilmente la causa scatenante di traumi anche nei genitori, danni che vanno comunque correttamente certificati purché vengano riconosciuti.
  • Danni biologici e patrimoniali: in questo caso si tratta di un duplice risarcimento. Infatti, è possibile sia richiederne uno che copra tutte le spese mediche per le conseguenze psico-fisiche del piccolo e di voi genitori, e sia un altro che invece sopperisca all’enorme perdita di potenziale guadagno economico lavorativo futuro di vostro figlio, che certamente avrà molte ripercussioni a livello sociale e vedrà molte porte chiudersi dinanzi a lui nella sua vita a causa delle conseguenze dell’asfissia.

Aiuto Malasanità dispone di un team di ginecologi esperti in danni da parto, che saprà dirti se hai diritto a un risarcimento danni.

Non dovrai mai pagare alcun costo se prima non otterrai il risarcimento: anche le visite specialistiche saranno a nostro carico.

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